Musicista, compositore, direttore d'orchestra, docente, e da novembre 2018 vice-presidente di I-Jazz. Angelo Valori è l'anima artistica (e non solo, essendo il Presidente dell'Ente Manifestazioni Pescaresi) che ha portato Pescara Jazz al suo 50ennale. Un compleanno da ricordare per uno dei festival jazz più longevi e importanti d'Italia. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di Pescara Jazz, della sua lunga storia, di qualche anticipazione sul programma della nuova edizione (che verrà presentata in conferenza stampa a Roma, al Mibac, il 17 maggio alle ore 12) e del jazz italiano. 

50 anni di Pescara Jazz, 50 anni di un festival che ha parlato e continua a parlare al mondo e all'Italia: cosa significa per te aver raggiunto questo risultato?

“Un traguardo notevole, e sotto diversi aspetti. Innanzitutto i numeri: cinquant’anni, mezzo secolo di musica sempre ad altissimi livelli. In Italia il Pescara Jazz è il festival più antico tra quelli ancora in attività che si svolgono d’estate. Una rassegna che ha ospitato i più grandi, le leggende immortali, da Duke Ellington a Bill Evans passando per Ella Fitzgerald, Miles Davis, Sarah Vaughan. Qui sono passati davvero tutti, nessuno escluso, e un grande merito va tributato al riguardo al mio predecessore Lucio Fumo, uno dei fondatori del festival. Senza la sua passione, il suo lavoro encomiabile, forse non saremmo giunti a questo anniversario e non avremmo goduto dell’attenzione costante dei più importanti critici, storici e giornalisti musicali. Un risultato enorme, specie se consideriamo che è avvenuto a Pescara, una città che da punto di vista istituzionale ha appena 90 anni di vita. Oltre la metà della sua esistenza, insomma, è stata attraversata dal Pescara Jazz”. 

Puoi raccontarci i momenti più significativi, a tuo avviso, di questa lunga storia?                                                   

“I quattro, lunghi anni, nella seconda metà degli anni settanta, in cui il festival non si è svolto per via delle contestazioni giovanili e i conseguenti problemi di ordine pubblico. Dal 1977 al 1980, in linea con l’ineluttabile embargo alla grande musica dal vivo attivo in tutt’Italia, il Pescara Jazz ha chiuso i battenti. Ma penso anche alla primissima edizione del luglio del 1969: erano i giorni dell’allunaggio, tutto il mondo stava col fiato sospeso a testa in su e il Pescara Jazz debuttava con artisti importantissimi, tra cui Bill Evans. Pleonastico elencare tutti i musicisti che hanno suonato al Pescara Jazz, perché l’hanno fatto tutti i mostri sacri allora in vita, l’intero establishment dei miti senza tempo del jazz. Il bello è che queste icone davano poi puntualmente vita, subito dopo il concerto ufficiale, a delle jam-session notturne nei locali della nostra città entrate nella leggenda. Sono nate così liaison artistiche estemporanee, collaborazioni incredibili. Un altro momento importante, almeno per me, è stato il mio arrivo alla direzione artistica, dopo le dimissioni di Lucio Fumo. Un fatto molto significativo, un’emozione e una grande responsabilità, per me, raccogliere la gestione di un evento così importante per la nostra città, regione e l’intera nazione”. 

E i cambiamenti più importanti?                   

“Sono stati diversi. Da una parte ho voluto conservare quella che è stata la grande tradizione del festival di ospitare grandi artisti internazionali, soprattutto americani; dall’altra, ho voluto inserire nuove idee, in particolare mettendo al centro dell’attenzione la scena jazzistica italiana, che ha raggiunto una maturità straordinaria. E poi ho puntato sul ricambio generazionale. Ho plasmato, a tale scopo, un progetto chiamato Pescara jazz Messengers che è dedicato ai musicisti under 35, giovani selezionati tra gli studenti e i neo-diplomati dei conservatori italiani, europei e americani. Abbiamo perciò ospitato numerosi gruppi jazz emergenti. Un’altra novità che ci ha dato grande soddisfazione, il Pescara Jazz Club, al via dal 2018: un’iniziativa tesa a sostituire la classica fruizione del concerto con una vicina a quella da club, ma all’aperto, in piazze pubbliche. Per aprirsi alla città e anche per procurarsi un nuovo pubblico, che infatti è stato numerosissimo, a cominciare dai più giovani. Il ricambio generazionale (non solo dei musicisti, ma anche degli spettatori) è un obiettivo strategico molto importante”. 

Il 17 maggio presenterete il festival al Mibac: non ti chiediamo anticipazioni ma solo suggestioni su cosa dovremo aspettarci.                                   

“Posso dirvi, e con somma soddisfazione visto che la mia ricerca e il mio insegnamento corrono da anni in questa direzione, che quest’anno nasce la sezione Pescara jazz&songs in cui cercheremo di studiare, proporre, capire quali siano oggi le relazioni tra il jazz e gli altri generi musicali. O meglio, questa sezione non sarà dedicata a un genere, ma a una forma, quella della canzone, che dal secondo dopoguerra in avanti, ha influito fortemente  sull’evoluzione del nostro linguaggio, della nostra cultura, del nostro costume, dei nostri comportamenti sociali. E apriremo a tutti i generi: pop, rock, elettronica. La canzone è legata a filo doppio al cambiamento della società: lo rispecchia, e molte volte l’anticipa. Ecco qual è stato e quale sarà, forse, il cambiamento più importante, lo spartiacque della mia gestione. Inoltre pubblicheremo un libro fotografico su questi primi cinquant’anni di Pescara Jazz. Ci saranno grandi stelle internazionali, tanti italiani e sarà il festival più lungo di questo mezzo secolo, ininterrottamente in scena dall’8 al 22 luglio, ogni giorno un concerto più altri tre successivi. In tutto avremo circa venti manifestazioni. Sarà un festival molto corposo ed eclettico, per sottolineare la matrice contaminante del jazz, ancora vivissima e fertile ai nostri giorni”.

Hai raccolto una direzione artistica importante, quali sono i tuoi obiettivi per il futuro e in che direzione vorrai portare Pescara Jazz?                                       

“Credo di avere già risposto. Nutro un grande senso di responsabilità sia nei confronti di chi mi ha preceduto che della città, perché l’Ente Manifestazioni Pescaresi che organizza il festival ha come socio il Comune di Pescara. E ricordo che l’Ente ha un storia importante: più di due terzi della storia di Pescara sono stati caratterizzati dall’attività di questo ente morale. Esiste dal 1950. Erano gli anni della ricostruzione postbellica, l’Italia sognava di rimettersi in piedi il più rapidamente possibile e anche Pescara si stava materialmente ricostruendo, durante la guerra era stata rasa al suolo. I nostri padri immaginavano, insieme alla ricostruzione materiale, anche una rigenerazione intellettuale, culturale, di qualità della vita. L’attività culturale non è mai effimera, come troppo spesso si vuole far credere, ma è di cardinale rilevanza perché crea sogni, immaginario condiviso, migliora la vita di tutti noi”.

Domanda di rito: qual è secondo te lo stato di salute del jazz italiano?                                      

“Ho già accennato prima all’elevato livello conseguito dal nostro jazz, che si fa apprezzare sempre di più in tutto il mondo. Ma meriterebbe un maggiore supporto da parte delle istituzioni, soprattutto per farlo conoscere maggiormente all’estero. Nella mia esperienza di insegnante e musicista, che mi porta molto spesso all’estero, mi accorgo che il sostegno che esiste negli altri Paesi, soprattutto europei, è molto più ricco e sostanzioso. Specie nel nord Europa, ma anche in Francia, in Austria, e finanche nelle nazioni dell’est Europa. Sostenere veramente il jazz italiano garantirebbe anche un indotto economico e turistico notevole. Sì, occorre un grande progetto di export del jazz tricolore, per metterci quantomeno allo stesso livello dei nostri colleghi europei”.

Pubblicato: Lunedì, Maggio 13, 2019 - 09:54